La Scuola di Rimini

PICCOLI ALBERGHI e PMI turistiche


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Le ricerche sui piccoli alberghi, poche e di parte

(tratto dal monitoraggio 2009)

Le ricerche e la letteratura disponibile sui piccoli alberghi, e in generale sulle PMI nel turismo, nonostante la loro rilevanza, sono modeste, e largamente influenzate dagli studi e dalla teoria relativa alle imprese di grande dimensione. Accade così che nel panorama degli studi e delle ricerche disponibili, i piccoli alberghi siano spesso visti come una versione ridotta dei grandi.

Nello specifico emerge ad esempio che il problema del crollo del numero dei piccoli alberghi in diverse regioni del nostro paese, venga spesso trascurato dalla letteratura turistica, e quando lo si affronta è per vederlo prevalentemente come un fatto positivo, indice di ammodernamento, di riqualificazione e di progresso. Secondo lo stereotipo per il quale un albergo più grande, con più camere, o uno più nuovo, in quanto tale è migliore.

Gran parte delle ricerche che affrontano i problemi del turismo in Italia giungono alla conclusione che la dimensione degli alberghi, con la relativa frammentazione, sia una delle criticità del Sistema di offerta italiano.

Il Rapporto Ambrosetti 2008 sul Sistema Turismo Italia indica che il sistema ricettivo italiano, e quello alberghiero in particolare, presenta “una forte frammentazione e parcellizzazione degli operatori con una dimensione medio-piccola, una diffusa obsolescenza delle strutture, una scarsa penetrazione delle catene”. Sostanzialmente dello stesso avviso il Rapporto 2008 del World Economic Forum per il quale una delle cause della bassa competitività del Belpaese è la ridotta dimensione degli alberghi come numero di stanze e la frammentazione dell’offerta alberghiera, unita alla scarsa presenza di catene alberghiere (solo il 14% degli alberghi italiani è legato ad una catena, contro il 36% dei francesi e il 66% degli spagnoli).

L’impresa familiare è spesso vista come un problema, anzi “il problema” del turismo italiano

 “Solo il 14% delle camere fa capo a gruppi nazionali o stranieri, mentre l’86% è a conduzione familiare, tutto questo pesa sulla qualità dei servizi”, “Nel confronto con le altre destinazioni l’offerta turistica italiana è penalizzata dalle dimensioni mignon delle strutture che, salvo rare eccezioni, sono legate all’imprenditoria familiare”.

Altri studi mostrano come l’impresa familiare sia poco sensibile alle innovazioni tecnologiche e organizzative, sia carente in termini di progettualità, come preferisca procedere per intuizione ed a piccoli passi, fondamentalmente per imitazione, in piena crisi di riproducibilità.

Queste affermazioni affrontano una questione che è reale, ma la giudicano sulla base di non pochi pregiudizi

Tra le conseguenze di questa situazione abbiamo che:

  1. Molti “esperti” considerano la grande dimensione come l’unica in grado di stare nel mercato. “Piccolo è bello purché cresca. E in fretta”.
  2. La formazione nel settore è in gran parte a misura dei grandi, ed i profili professionali proposti tendono alla iperspecializzazione,
  3. La letteratura e la manualistica suggeriscono ai gestori dei piccoli alberghi di ragionare “in grande”, di imitare i grandi complessi e di fare le cose che fanno i grandi (naturalmente in scala ridotta),
  4. Le normative non distinguono, e così chi ha meno di 20 camere deve realizzare adeguamenti previsti per chi ha oltre 100 camere; né esistono sistemi di classificazione su misura per le piccole dimensioni.

Ma è davvero la dimensione il vero problema?

Non è la piccola dimensione ad essere in crisi. Molti dati sembrano mostrare che non vi sia un rapporto diretto tra dimensione delle strutture alberghiere e “crisi”.

L’esplosione dell’offerta orizzontale che caratterizza lo scenario turistico di questi anni mostra che non è il piccolo inteso come dimensione ad essere in crisi. Infatti nel mondo dell'ospitalità italiana risultano in netta crescita agriturismi (che tradizionalmente potevano contare su un massimo di 8 camere e che oggi con le nuove normative nel caso ad esempio dell’Emilia Romagna arrivano ad un massimo di 15 camere), e Bed & Breakfast che possono contare su un numero ancor più ridotto di camere, a dimostrazione che la domanda per l'offerta di piccola dimensione non è in crisi. 

I grandi alberghi e le catene non sono una alternativa ai piccoli, ma possono anzi avere un’utile funzione di stimolo

Un manuale edito dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Rimini ha correttamente sostenuto questa tesi: si è temuto da più parti che l’arrivo delle catene alberghiere internazionali causasse un conflitto di identità con il sistema imprenditoriale italiano. In realtà la diffusione delle catene sta incontrando più ostacoli del previsto, e non per motivi di incompatibilità con la piccola impresa, tutt’altro. Le ragioni sono legate alla burocrazia e alla particolarità del sistema immobiliare italiano, e comunque il fenomeno non costituisce una minaccia per il modello locale. L’eventuale presenza di catene impostate su criteri di management può essere solo un vantaggio, può dar luogo unicamente a un clima competitivo più moderno, più inserito nelle regole di mercato. Ci sono molti stimoli, anzi, che possono provenire alle piccole imprese indipendenti dal ruolo giocato dalle grandi catene, sicuramente ci sarà una spinta verso nuovi concetti gestionali: dalla funzione marketing a quella di controllo di gestione, dall’organizzazione delle risorse umane alla qualità del servizio.

Queste riflessioni invitano dunque a ribaltare la prospettiva che va per la maggiore. La vera anomalia del sistema italiano non è tanto data dall’elevato numero dei piccoli alberghi, quanto piuttosto dal modesto numero dei grandi. E’ la modesta presenza dei grandi, o la loro totale assenza in certe realtà che provoca il venir meno dei driver naturali di innovazione della PMI. 

Ci troviamo di fronte ad un problema che è soprattutto un problema culturale

La nostra ricerca ha mostrato che a fronte di evidenti specificità delle PMI manca una cultura che si traduca in modelli gestionali altrettanto originali o indicazioni manageriali adeguate, e che è necessario diffondere questa consapevolezza assieme alle conoscenze necessarie.

 “In Italia la piccola impresa non identifica una categoria particolare, ma una condizione tipica del produrre, del lavorare del vivere. E’ giunto il momento di assumere la piccola impresa non più come categoria particolare (bisognosa di una normazione a sè e di una tutela specifica), ma come impresa generale, ossia come modello da prendere a riferimento (cfr. Bonomi e Rullani).

(Tratto dai Report 2008 e 2009 curati dallo Studio GDA per Confesercenti Emilia Romagna. Le ricerche sono pubblicate da FrancoAngeli “PMI nel turismo un’opportunità per lo sviluppo”, a cura di Giancarlo Dall’Ara, febbraio 2010)

 

Un manifesto per la difesa e la valorizzazione dei piccoli alberghi


In Italia è diffuso un vero e proprio pregiudizio secondo il quale un albergo “piccolo” è sinonimo di “diseconomico”, di “grande incompiuto”, e spesso “di bassa qualità”. Le normative non distinguono tra piccolo e grande, così chi ha meno di 20 camere deve realizzare adeguamenti previsti per chi ha oltre 100 camere; non esistono incentivi su misura per la riqualificazione, né esistono sistemi di classificazione ad hoc per i piccoli. Il risultato è che le piccole imprese ricettive, l’ossatura del sistema di accoglienza made in Italy è in crisi. Regioni come la Liguria e la Romagna hanno visto chiudere centinaia di alberghi in pochi anni, nel più assoluto disinteresse.

A mio parere il problema è  in primo luogo culturale. Molti “esperti” di marketing e di management ritengono che i piccoli alberghi siano in quanto tali “fuori mercato”, e ciò indipendentemente dalla qualità delle strutture, così tendono a fare di tutto per evidenziare i limiti delle Piccole e Medie Imprese, e per aprire la strada ai grandi complessi. Così facendo però si corre il rischio di annullare le specificità di gran parte della nostra offerta ricettiva che affonda le radici nella cultura antica dell’ospitalità del nostro paese. Mi pare inoltre che tutti gli osservatori del fenomeno turistico concordino nell’affermare che il desiderio di servizi personalizzati sia quello che più di altri oggi caratterizza le persone che vanno in vacanza, e al di là degli stereotipi, l’analisi mostra che una proposta di qualità nelle piccole strutture ospitali non è solo attuale, ma è perfettamente in grado di intercettare le tendenze di personalizzazione che caratterizzano oggi la domanda.

Anche per questo vorrei proporre un Manifesto per la difesa e la valorizzazione delle piccole strutture ospitali italiane, che potrebbero e dovrebbero tranquillamente sopravvivere di fianco alle grandi. 

  1. Un piccolo albergo non è un grande albergo rimpicciolito, ma va gestito secondo regole proprie.
  2. Il gestore di un piccolo albergo è come un artigiano che, se ha puntato sulla qualità dei servizi ha di norma un atteggiamento vocazionale, basa il proprio successo sul mestiere, sulla flessibilità e la capacità di gestione dell’imprevisto come doti naturali, le stesse doti che caratterizzano il modello imprenditoriale italiano.
  3. I risultati gestionali di una piccola struttura sono più il frutto del lavoro del gestore, degli interventi strutturali che è riuscito a realizzare, delle sue capacità di animazione, che della pubblicità o del marketing tradizionalmente insegnati a scuola.
  4. A differenza di quanto accade nei complessi grandi, il cuore dei piccoli alberghi non è la camera, ma è il gestore stesso, spesso la sua famiglia, i suoi hobby, oppure può essere la cucina, l’atmosfera che caratterizza la “casa”.
  5. Un piccolo albergo non è solo un servizio ai turisti, ma è anche un presidio sociale e culturale di un territorio, come si vede facilmente nelle realtà che oggi si trovano ad avere distese di residence, al posto degli alberghi.
  6. Un albergo piccolo, più di un grande, è in grado di offrire l’essenza dell’ospitalità, che è data dalle relazioni umane.
  7. Un piccolo albergo assai più di un grande è in grado di offrire l’atmosfera ed i prodotti di un territorio e di esprimerne la cultura.
  8. Più di ogni altra struttura un piccolo albergo possiede un’anima, un’identità.
  9. Per sopravvivere ed essere competitivi i piccoli alberghi hanno bisogno di normative, regolamenti e classificazioni proprie, diverse da quelle dei grandi alberghi.
  10. I piccoli alberghi hanno bisogno di operare in un clima di fiducia, non in un clima amministrativo eccessivamente burocratizzato.

La legge quadro sul turismo dice testualmente che la Repubblica “sostiene il ruolo delle imprese operanti nel settore turistico con particolare riguardo alle Piccole e Medie Imprese”. E’ il momento di passare ai fatti.

Giancarlo Dall’Ara  

 


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